Sull’ Improvvisazione 1
Ultimamente mi sono reso conto di quanto risulti estraneo alla cultura musicale diffusa, il meccanismo dell’ improvvisazione.
Nei Conservatori Italiani si insegna Jazz da pochi anni (in tutta Europa il Jazz è pane quotidiano nelle scuole di musica dal dopoguerra) e comunque l’ improvvisazione è spesso avversata ovunque da tanti insegnanti di musica classica, come fosse un peccato mortale.
Allo stesso tempo, ricordando gli anni passati in Conservatorio a contatto con colleghi studenti classici, mi sono accorto che praticamente tutti i migliori e più talentuosi compagni di studi (alcuni dei quali sono poi diventati famosi concertisti) praticavano l’ improvvisazione per vocazione e diletto personale , a volte nascondendosi dal “bigottismo” di certi insegnanti.
Tornando sempre (come in tanti altri post) al parallelo con il linguaggio parlato, sarebbe come se ci costringessimo a parlare ripetendo brani di testi famosi senza sviluppare la capacità di creare a nostra volta un discorso.
Dal punto di vista dell’ apprendimento del linguaggio sarebbe un’ assurdità totale.
Per queste ragioni noto che spesso, chi si avvicina alla musica jazz si trova letteralmente spiazzato davanti al compito di improvvisare e talvolta continua a trovarsi spiazzato per un sacco di tempo. Non comprende il meccanismo dell’ improvvisare, essendo così lontano ed estraneo al modo, proprio della cultura musicale diffusa, di pensare la musica.
Il fatto è che per creare frasi musicali, come per parlare (cioè creare frasi in una lingua parlata) bisogna padroneggiare, seppur minimamente, il linguaggio.
Un bambino, seppur all’ inizio del suo apprendistato linguistico, ad un certo punto riesce a condensare le sue conoscenze (seppur ancora limitate) per formare una frase appropriata: questo è l’ inizio del padroneggiare il linguaggio; il senso e la spinta espressivo-emotiva che trovano i mezzi (le parole, ma anche i toni della voce) per esprimersi.
Siccome la capacità di sviluppare il linguaggio è caratteristica degli esseri umani, ritengo sia lo stesso per il linguaggio musicale, con la differenza che al posto di parole e frasi useremo note, gruppi di note e gruppi di note uniti ad altri per formare un discorso più ampio.
Se notiamo la differenza tra il leggere un testo dato ed il parlare con parole nostre di un argomento (quindi “improvvisare” un discorso), possiamo renderci conto della diversità dei due compiti.
Pensiamo a leggere ad alta voce un brano di un grande scrittore, comprendiamo bene ciò che dice, perchè conosciamo la lingua, possiamo anche addestrarci ad esprimere le emozioni corrispondenti al testo con gli appropriati toni di voce (questo è parte del lavoro dell’ attore), ma difficilmente sapremmo parlare correntemente con quello stile specifico di quell’ autore; per riuscirci dovremmo conoscerlo talmente a fondo ed addestrarci ad usare le espressioni, il vocabolario e tutti gli elementi linguistici come li usa lo scrittore in questione, in altre parole padroneggiare il modo di esprimersi di quell’ autore.
Immaginiamo ora di recitare un testo dato in una lingua che non conosciamo. Potremmo anche, impegnandoci molto a fondo, imparare ad usare i toni giusti e la giusta pronuncia, ma non saremmo in grado di parlare in quella lingua, anche se il lavoro fatto ne faciliterebbe sicuramente l’ apprendimento.
Questo è quello che succede alla maggior parte degli studenti di conservatorio: imparano a riprodurre un testo, con la giusta pronuncia ed i giusti toni ed espressioni, di una lingua che non conoscono. Per questo non possono poi suonare nulla che non sia scritto, non padroneggiano veramente il linguaggio degli autori che suonano.
Mentre i grandi interpreti e comunque gli studenti che hanno più talento sentono l’ esigenza di padroneggiare la lingua che parleranno con parole altrui e vogliono immedesimarsi nell’ autore del brano come se fossero loro stessi a creare musica in quel modo e in quello stile.
Per fare ciò non posso sottrarsi all’ improvvisazione, o comunque alla creazione di musica propria, perchè è così che si impara una lingua: parlandola, esprimendo se stessi per suo mezzo.
Per l’ improvvisazione musicale e quindi anche jazzistica dobbiamo riferirci alla nostra capacità linguistica di inventare sul momento un discorso.
E’ di vitale importanza capire che il ripetere a memoria un testo dato e sapere parlare correntemente la lingua nella quale quel testo è scritto sono processi diversi.
continua…
Ciao Andrea,
Riprendo alcune considerazioni che fai,
a) improvvisare è come comporre un discorso
b) improvvisare è come esprimersi nella propria lingua
c) fare un discorso parlato è analogo al discorso fatto con le note
Bene
Un testo teatrale di un drammaturgo
Il linguaggio di Shakespeare per fare un riferimento classico è padroneggiabile. Un attore usa le parole di Shakespeare come mezzo, meglio come trampolino, per esprimere le emozioni sue interne. Le parole che Shakespeare ha scelto sono quelle di un poeta per cui sono belle e sono perfettamente adatte al testo e alla situazione drammatica. Analogamente lo sviluppo tematico che ha scelto il poeta è calibrato esattamente in senso artistico. In poche parole il testo è perfetto. L’attore di suo ci mette l’intenzione. E quella è solo sua. Perché il suo compito è rievocare la scena e colpire l’ascoltatore (e l’interlocutore). In questo compito c’è sicuramente l’improvvisazione dell’attore con la regola però che le parole da usare siano quelle del drammaturgo. Non a caso se l’attore usa parole sue si accorge che sono ‘meno’ belle di quelle usate dal Poeta. Perché il testo creato dal Poeta è unico e perfetto.
Facendo un parallelo con la musica mi viene da dire che il Compositore crea un concerto o un brano musicale allo stesso modo del poeta che crea la sua opera letteraria. Il musicista come l’attore dovrebbe dar vita a quella composizione usando le parole-note del compositore. Ovviamente come l’attore ci mette del suo dando la vita al brano musicale.
Quindi a mio avviso un brano musicale composto da un artista allo stesso modo di un testo teatrale composto da un drammaturgo lasciano tutto lo spazio all’esecutore/attore per la sua improvvisazione. C’è solo la regola che le parole e la struttura sono fissate dall’autore.
Un canovaccio del teatro dell’arte
Nel caso del teatro dell’arte ci si basava invece su una traccia (canovaccio) e l’attore aveva il compito di arricchirlo con parole sue , colpi di scena, gag, imprevisti.
Questa modalità scenica mi sembra che assomigli di più al tipo di improvvisazione che tu intendi. Nel senso che sulla base di una struttura armonica di un brano l’esecutore esprime se stesso con parole e modi tutti suoi. La regola in questo caso è di rispettare la struttura armonica ( il canovaccio del teatro d’arte).
L’improvvisazione a teatro
L’improvvisazione dell’attore è quindi sempre presente cambiano solo le regole del gioco. Anzi è fondamentale che ci sia l’improvvisazione. Altrimenti lo spettacolo è stucchevole. L’attopre non comunica niente. Fa solo il mestierante e anche se è bravo, simpatico, esteticamente piacevole. Finisce li. Non crea la magia, la meraviglia lo stupore e lo spettatore potrà dilettarsi ma non si accende.
Il discorso e il poema
Nella tua nota sull’improvvisazione in musica, fai frequenti riferimento al discorso parlato. Nel senso che chi improvvisa in musica è come chi formula un discorso.
Aggiungo che non sempre, ahimè, un discorso, un opinione, una considerazione che ci capita di fare sono assimilabili a poemi, a elegie, mottetti. E questo in particolar modo vale se stiamo parlando comunemente e non abbiamo preparato un ‘discorso’ a tavolino.
Il poema è altra cosa, c’è una riflessione interiore e la sincerità dell’artista che viene messa per iscritto.
Quindi potrei dire che se l’improvvisazione in musica è come il discorso che faccio allora è bello ma non è artistico inteso nel senso di unico, profondo, sincero, imprevedibile ecc.
L’anima o l’intenzione dell’artista
L’artista, non faccio differenza tra compositore ed esecutore, tra autore e attore hanno lo stesso compito: comunicare il loro mondo interiore. La loro anima, senza veli e senza compromessi.
Ognuno ha le sue regole e i suoi canoni. Ognuno di loro è abilissimo nel suo compito. Ognuno è consapevole che deve ammaliare (o stordire) il pubblico.
In particolare l’attore deve rendere verosimile la vicenda narrata dall’autore altrimenti lo spettatore non ci crede e si distrae.
Il musicista alo stesso deve stupirmi. Spesso però sento musicisti anche bravissimi improvvisatori jazz che fanno delle evoluzioni tecniche eccezionali, ma che non mi comunicano niente delle intenzioni sue di artista. Riempie i vuoti con i virtuosismi. E mi distraggo.
La foto non in posa
E’ come fare la foto a qualcuno dicendogli di mettersi in posa. Il soggetto in posa perde dio naturalezza. Di spontaneità. Allo tesso modo come dici tu se leggo semplicemente un testo scritto da altri asetticamente il risultato per chi ascolta è asettico.
L’artista l’attore come il musicista in genere deve cogliere tutto ciò che lo circonda specialmente gli imprevisti e amplificarli, in senso artistico. Non a caso in musica come in teatro ciò che genera attenzione sono i contrasti, di note, di pause , di forte-piano, di tempo (il controtempo del jazz è paradigmatico). Tutti i contrasti generano movimento e creano l’azione scenica e tengono il pubblico sotto giogo. Perché ‘adesso cosa succederà’ è quello che pensa il pubblico.
Salve, giusto due chiarimenti a proposito di quanto afferma Paolo Pellegrini:
1° citazione:
“Quindi a mio avviso un brano musicale composto da un artista allo stesso modo di un testo teatrale composto da un drammaturgo lasciano tutto lo spazio all’esecutore/attore per la sua IMPROVVISAZIONE”.
Non sono d’accordo: qui la parola improvvisazione è usata impropriamente. Io parlerei di INTERPRETAZIONE. E’ chiaro che il musicista/attore ci mette del suo (nella prosodia, nell’espressione del corpo, ecc..), ma il contenuto dell’opera è già scritto (le parole/le note)!
Non possiamo chiamare ogni cosa “improvvisazione”, altrimenti ci confondiamo le idee.
L’improvvisazione jazzistica corrisponde esattamente all’improvvisazione del teatro dell’arte: vi è anche lì un canovaccio (gli accordi, la loro sequenza obbligata, le tonalità, il ritmo, la velocità, ecc..), ma le note/parole (quali e quante e con che stile) le decide il musicista.
2° citazione:
“Quindi potrei dire che se l’improvvisazione in musica è come il discorso che faccio allora è bello ma non è artistico inteso nel senso di unico, profondo, sincero, imprevedibile ecc…”
Mi sembra ovvio che la QUALITA’ dell’opera dipende dalla bravura di chi sta improvvisando. Uno che non ha mai improvvisato, nè a musica nè a parole, sarà molto difficile che crei un opera d’arte: se non sei bravo, non puoi creare qualcosa di bello.
Teniamo presente che un musicista impiega anni di duro lavoro (migliaia di ore di studio) prima di riuscire ad improvvisare in maniera soddisfacente!
La percentuale tra “persone che compongono (improvvisano) poemi” e “persone che parlano discretamente” è la stessa che tra “musicisti che improvvisano benissimo” e “musicisti che improvvisano discretamente”; se poi andiamo a cercare “il genio”, cioè quello che, con la sua improvvisazione (teatrale o musicale che sia) ci comunica delle emozioni così intense e i brividi a fior di pelle… beh!, allora la percentuale è ancora più bassa!
Un saluto a tutti e complimenti ad Anrea per questo utilissimo blog!
Marcello Picchioni
Salve a tutti.
Vorrei fare alcuni considerazioni dal mio punto di vista.
Convengo con Andrea che paragonare il linguaggio parlato con l’improvvisazione è un esempio molto esplicativo, dà proprio l’idea precisa di come un musicista suona delle note seguendo una sequenza di accordi trovandole nella sua mente, nel suo cuore e nelle proprie emozioni. Le suona e le trasforma in realtà.
Non trovo esatto l’esempio che fa Pellegrini sull’improvvisazione. Secondo lui un attore ha lo spazio per improvvisare su un testo di Shakespeare, ma noi stiamo parlando di un’altra improvvisazione, parliamo di suonare delle note che sono composte all’istante. Sarebbe come se l’attore che recita l’Amleto ci infilasse delle parole che non sono state scritte dall’autore (apriti cielo!).
Possiamo paragonarlo ad un musicista che si appesta ad interpretare un brano classico. Il concertista può mettere solo la sua sensibilità e la sua capacità tecnica nell’eseguirlo. NON PUO’ IMPROVVISARE NULLA.
L’improvvisazione jazz è diversa.
E’ più azzeccato l’esempio del canovaccio. Il jazzista ha a disposizione un’armonia su cui suonare. Con la sua tecnica, sensibilità, estrosità, creatività e con un appropriato linguaggio jazzistico improvvisa. Crea, compone all’istante.
L’improvvisazione è anche poesia, dipende dalle emozioni che un musicista ha dentro. La tecnica si impara, il sapere della musica (inteso come conoscenza della teoria) si acquisisce, ma la sensibilità e le emozioni il musicista le ha dentro. Suonando le esterna, le trasforma in suoni e le trasmettere a chi ascolta, lo inebria di una sensazione unica e lo trasporta in un mondo che da solo non è capace di arrivarci.
Tornando alla poesia non credo che un poema non posa essere estemporaneo. Bisogna essere capaci.
Probabilmente Dante sapeva parlare in versi anche in modo immediato bastava l’argomento (una progressione per un musicista) ed era capace di esternare un poema, magari anche lui improvvisava.
Questo è la mio pensiero su questo argomento.
Saluti.
Silvano
Innanzitutto mi fa piacere che le mie riflessioni abbiano suscitato tanti “succosi” commenti.
Sono daccordo con Marcello e Silvano, non possiamo parlare di improvvisazione nel caso dell’ attore che recita un testo dato, credo sia più proprio parlare di interpretazione o di rendere vivo il testo con le proprie emozioni.
E’ proprio l’ interpretarlo con le emozioni provenienti dal proprio vissuto, che permette all’ attore di rendere fresco e attuale il brano che sta interpretando.
La difficoltà e l’ arte dell’ attore (come dell’ interprete) sta nel creare dentro di se le emozioni richieste dal testo e di esprimerle in modo congruente con i toni di voce e i gesti appropriati. E di ricrearle e riviverle ogni volta che interpreta il brano. E’ proprio questo che renderà il brano fresco e spontaneo, come fosse recitato (o suonato) per la prima volta.
Praticamente nell’ arte dell’ interpretazione viene data la grandezza dell’ opera ma bisogna conquistarsi la spontaneità e la freschezza; nell’ arte dell’ improvvisazione viene data la spontaneità e la freschezza e bisogna conquistarsi la grandezza dell’ opera.
Il punto d’ incontro tra le due arti avviene ai vertici: un’ interpretazione (teatrale o musicale) perfetta sarà una grande opera fresca e spontanea allo stesso modo di una perfetta improvvisazione. Ma questi sono entrambi casi rarissimi, riservati ai maestri delle due discipline.
In conclusione credo fermamente sia utile se non assolutamente necessario assaporare ed approfondire entrambe le discipline (seppur dando la precedenza a quella che costituisce il nostro campo d’ azione prediletto).
All’ improvvisatore gioverà senzaltro cimentarsi nell’ interpretazione di un brano dato così come all’ interprete cimentarsi nell’ improvvisazione.
Parlando specificamente di musica jazz e classica, il jazzista professionista deve bene o male avere a che fare con parti stabilite, a volte anche anche nota per nota, come i temi dei brani o le parti di un arrangiamento orchestrale.
Nel caso del musicista classico, sembrerebbe meno utile, dico sembrerebbe perchè comunque l’ improvvisare, come il parlare è parte viva della padronanza di una lingua. A questo proposito ricordo, ai tempi in cui studiavo per il diploma di piano classico, andai a sentire Rudolf Serkin (grande pianista austriaco) che suonava Beethoven e durante l’ ultima parte della Sonata op 109 ebbe un’ amnesia. Se ne accorse solo chi conosceva bene quella sonata (io la stavo preparando per l’ esame), perchè Serkin , con grande maestria improvvisò per un po’ di battute, perfettamente in stile Beethoveniano, per poi riprendere in un altro punto la Sonata. Sicuramente nessuno gli aveva proibito di improvvisare, o se qualcuno l’ aveva fatto lui per fortuna , non gli aveva dato retta.
E non dimentichiamoci che ai tempi di Mozart e di Beethoven si improvvisava!
A proposito, cos’hanno (se ce l’hanno) in comune quella forma di improvvisazione e quella jazzistica?
Grazie a tutti, in particolare ad Andrea che ci delizia con questo blog!
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La strategia mentale era sicuramente simile a quella che usa un qualsiasi improvvisatore, quello che cambia è il linguaggio e le forme sulle quali avranno improvvisato i grandi compositori classici (che durante la loro vita non erano classici, bensì avanguardisti).
Ad esempio un brano come la Berceuse di Chopin, sono sicuro venisse , almeno in parte, improvvisata dallo stesso Chopin.
Salve a tutti.
Volevo aggiungere un pensiero a quanto scritto sull’argomento anche per sapere una vostra opinione. Fermo restando che sono d’accordo su quanto scritto sopra, spesso mi capita di paragonare l’improvvisazione jazz nello stesso modo di come un pittore, ad esempio, sceglie i colori per dipingere un tramonto.
Si può colorare passando da tonalità morbide a colori accesi che portano al surreale. Così nell’improvvisazione jazz si può scegliere l’abbinamento di armonie semplici ad armonie molto dissonanti passando attraverso migliaia di combinazioni più o meno interessanti.
Poi sarà la bravura di ogni jazzista far si che questi abbinamenti siano piacevoli da ascoltare. Così come sarà la capacità artistica del pittore a far si che quel tramonto sia piacevole da ammirare e riesca a suscitare emozioni a chi lo guarda.
Silvano
Perfettamente d’accordo con la tua lucida analisi