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La mappa non è il territorio

E’ questa la frase che usò Gregory Bateson (filosofo, antropologo, studioso di cibernetica) per ricordarci che quando operiamo in un qualsiasi campo, ci costruiamo inevitabilmente, dentro di noi (funzioniamo in questo modo), una mappa di ciò di cui ci stiamo occupando, che usiamo per orientarci.
Questa mappa è fatta delle nostre conoscenze, delle nostre credenze e convinzioni, delle nostre capacità in quel campo. E’ in effetti lo spazio nel quale ci muoviamo ed agiamo in quella materia.
La mappa si evolve continuamente, arricchendosi con le nuove esperienze, le intuizioni , le conoscenze che acquisiamo; e con l’ evolversi ed ampliarsi della mappa si evolvono ed ampliano anche le nostre capacità.
In effetti tutti i campi del sapere possono considerarsi mappe.
Studiamo le mappe costruite nei secoli dall’ umanità , per mezzo dei suoi più geniali e creativi esponenti, per poter operare, magari dando il nostro contributo, nei relativi campi del sapere.
Tutte le grandi scoperte scientifiche sono dovute ad un ampliamento della mappa avvenuto nel pensiero dell’ innovatore.
Nella musica, viene da se che un grande musicista opera con una mappa molto più dettagliata, accurata e rispondente al “territorio” (musicale) di quella di un principiante. Lo studio dei grandi musicisti, o ancor di più l’ esperienza di suonare insieme a loro, corrisponde ad entrare in contatto con parte della loro mappa, ed è per questo che è così utile.
Bateson comunque, ci ricorda che la mappa non è il territorio, spingendoci così verso la ricerca . E’ un po’ come dire: qualsiasi sia la tua mappa, il territorio è comunque immensamente più vasto, quindi puoi ricercare in esso e ampliarla ancora.
Nel campo musicale il territorio è costituito da tutta la musica già esistita: tutte le teorie musicali di tutte le culture, lo spettro del senso dell’ udito che si coordina con quello del tatto e della vista attraverso gli strumenti musicali; tutto ciò a sua volta coordinato con sensazioni ed emozioni nell’ espressione musicale. Oltre a questo direi che del territorio musicale fa parte anche la musica che non è stata ancora suonata, territorio da scoprire…..
Ci si sente piccoli no ?
Ricordiamocelo nei momenti in cui ci sentiamo bloccati, in un vicolo cieco. Non troviamo via d’ uscita perchè la nostra mappa ci sta stretta. Ma è sicuro che possiamo ampliarla !

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  1. Simone Sirgiovanni
    21 settembre 2010 alle 8:39 pm | #1

    Caro maestro, innanzitutto non ti ho ancora ringraziato per questo blog, non tanto perchè hai fatto un blog, di blog ce ne sono tanti, quanto perchè riesci a trattare di una tema specifico con una sensibilità ed un approccio facilmente riconducibile ad altri aspetti della nostra quotidianità…
    Lo leggo con molto interesse e proprio riguardo quest’ultimo intervento, particolarmente affine ad un pensiero che mi segue nell’ultimo periodo, vorrei sfruttare questa tua tendenza a darti in pasto alla gente per suscitare riflessioni e domande…e pensare che Picasso era convinto quando diceva che “i computer sono inutili, possono dare solo risposte”!
    Credo che questi anni (parlo per gli ultimi anni dei miei 26) siano caratterizzati dalla consapevolezza (o convinzione) di poter raggiungere qualsiasi risultato grazie alla gettonatissima tecnologia. Aleggia la sensazione che il contenitore tecnologico sia infinito e in grado di assecondare qualsiasi esigenza. Tutto è facilmente accessibile.
    Al contempo però sembra esserci un rovescio della medaglia devastante, la sensazione che tutto sia già stato fatto. Fai un corso e ti senti dire che non c’è nulla da inventare, solo rielaborare ciò che è stato fatto. Sembra che sia già stato fatto qualsiasi tentativo possibile. Non c’è più nè la voglia nè l’intenzione di sperimentare (o almeno sono pochi quelli che lo fanno). Ci sono pochissime persone pronte ad investire in arte, uno dei campi più fertili per questo genere di cose.
    Cos’è successo al territorio di cui parli in modo così fiducioso?
    C’è ma non vogliamo aggiungerlo alla nostra mappa oppure il patrimonio cartografico dell’umanità ha già una mappa così grande e dettagliata da concedere ben poco agli spazi di risulta che ancora non sono stati (r)aggiunti?
    Sei sicuro (e personalmente ci spero ancora) che la mappa ci stia stretta solo perchè non ci impegniamo nell’ampliarla?
    Grazie!

    Simone

  2. 22 settembre 2010 alle 1:19 am | #2

    Caro Simone, ti ringrazio per il commento carico di spunti.
    Il creare similitudini tra l’ apprendimento musicale e aspetti della vita di tutti i giorni è uno dei miei obiettivi e sono contentissimo che tu l’ abbia apprezzato. Il tentativo è di far percepire, sentire e vedere il materiale musicale con le stesse capacità, prontezza, fiducia e tranquillità con cui agiamo nel quotidiano, facendo tacere, per un momento, tutte quelle idee “fantasiose” sull’ arte, il talento che abbiamo o, peggio, non abbiamo, le paure, le inibizioni e via dicendo, che ci tengono lontani dal contatto puro con la musica e da quello che ognuno di noi può fare per migliorare le proprie capacità.
    E’ vero quello che dici sullo spazio sempre maggiore occupato dalla tecnologia nelle nostre vite. Se non ce ne facciamo travolgere, essa ci offre però una moltitudine di mezzi impensabili soltanto qualche anno fa, anche in campo musicale.
    L’ apprendimento della musica, come lo intendo io, ha poco a che fare con la tecnologia, se non per usarla per i propri scopi; tratta piuttosto dell’ imparare come funzioniamo nei processi di apprendimento, con lo scopo di applicarci nel miglior modo per poter raggiungere i nostri obiettivi musicali. Si tratta in effetti di “tecnologia interiore” e funzionamento dell’ apprendimento musicale.
    Riguardo all’ affermazione:”non avere nulla da inventare perchè è già stato fatto tutto”, presuppone che lo scopo primario sia quello di fare qualcosa di nuovo in assoluto, mentre l’ importante è fare qualcosa di nuovo per se stessi.
    Il mondo delle arti è fatto di gente che inventa qualcosa di nuovo per se, godendo di questa meravigliosa soddisfazione al di là di tutto; per alcuni di questi, le loro invenzioni personali coincidono con novità per gruppi più o meno numerosi di persone o per l’ umanità intera. Non è ne può essere un risultato premeditato.
    Quando Charlie Parker e Dizzy Gillespie hanno creato il BeBop, non erano consapevoli di rivoluzionare la musica jazz. Magari lo sono diventati dopo un po’.
    Vedendo le reazioni dell’ ambiente musicale, si saranno resi conto di aver fatto qualcosa di speciale per l’ intero mondo del jazz. Ma quando hanno creato il BeBop per le prime volte, studiando da soli per ore in qualche scantinato, stavano semplicemente rinnovandosi, riinventandosi, per la soddisfazione e godimento grandissimo di farlo, per loro stessi prima di tutto.
    La musica è una cosa meravigliosa, dà tante soddisfazioni a tutti i livelli e sempre maggiori man mano che la conoscenza e comprensione di essa si espande, ma è un campo estremamente vasto. Pensare di fare qualcosa di nuovo quando si è agli inizi o anche dopo tanti anni di pratica è un po’ come pensare di vincere Wimbledon per un tennista, pochi tra le migliaia di ottimi giocatori in giro per il mondo ci riescono. Tuttavia quelli che non lo vincono ne vinceranno mai, continuano a giocare godendosi i propri colpi, affinando sempre più il proprio stile di gioco, perchè giocare, come suonare, è bello in sé, indipendentemente da qualsiasi riconoscimento.
    Il territorio è sempre li, se ne andiamo in cerca nel modo giusto si rivela.
    La mappa dell’ umanità intera esiste teoricamente, ma non è nelle mani di nessun singolo individuo. I singoli (noi) devono, se lo vogliono, ampliare le proprie mappe per, diciamo così, poter andare in vacanza in sempre più luoghi…
    La mappa ci sta stretta a volte, perchè sentiamo una spinta ad evolverci, vogliamo avere più mezzi per esprimerci (tutte necessità sacrosante ed auspicabili) ma dobbiamo agire nel modo giusto se vogliamo ottenere risultati, dobbiamo capire come funziona il processo, e non è solo un capire intellettuale.
    Se sto imparando a sciare e devo affrontare una discesa, posso metterci tutta la volontà che voglio, ma se non uso la tecnica giusta, se non comprendo il meccanismo dello stare sugli sci, cado miseramente rischiando di farmi molto male. Quando faccio i passi necessari, gradualmente instauro i giusti automatismi, comprendo piano piano il meccanismo dello sciare, viene il momento che quella discesa, che sembrava inaffrontabile, diventa facile.
    Questa mi sembra essere una buona similitudine di come dobbiamo approcciare l’ apprendimento musicale e illustra chiaramente gli scopi primari di questo blog.

  3. Simone Sirgiovanni
    24 settembre 2010 alle 12:05 am | #3

    L’esempio dello sciatore calza a pennello, fermandomi a riflettere sulla tua risposta mi sono tornate in mente tutte le ore passate, che sto passando e che passerò a suonare lo stesso identico pezzo solo per il piacere di farlo.
    Per quanto mi riguarda non è sempre così scontato “godere nell’ascoltarmi”, anzi, forse non è nemmeno così scontato “riuscire ad ascoltarmi”!
    Probabilmente l’ansia del dover creare qualcosa di nuovo è figlia di un’epoca frenetica e caotica nella quale il livello medio dell’”udito” si è di gran lunga attenuato e questo ha portato, nella gran parte dei casi, all’esigenza di dover alzare i volumi per poter essere sentiti.
    Si avverte forse una sorta di desensibilizzazione generale che fa si che si confermi l’asserzione “Diminuire lo stimolo per aumentare la sensibilità” nel suo esatto reciproco portando al necessario aumento dello stimolo nel disperato tentativo di alzare la sensibilità.
    [Provocazione] Ovviamente (e fortunatamente) lo stesso non vale a livello personale sia chiaro, ma il timore è che in questo fastidioso frastuono si corra sempre più il rischio di veder affievolire la propria sensibilità fino al caso estremo di non riuscire nemmeno più ad ascoltare (e godere di) sè stessi…

    • 25 settembre 2010 alle 2:57 am | #4

      Eh si ! sono daccordo . Ci sono tanti “urlatori” in giro e ciò provoca una perdita di sensibilità.
      Ma noi abbiamo deciso di acquistare sensibilità e gli “urlatori” possiamo sempre usarli come palestra per farci un po’ di muscoli (servono anche quelli)… Ah Ah Ah ! E ancora una volta ne usciremo rinvigoriti !

      A presto !

  4. Michele
    11 dicembre 2012 alle 8:22 pm | #5

    Si può dire che essendoci così tanti “urlatori” è perchè ci sono tanti “ultrasordi”?
    Non sto dicendo (in verità solo scrivendo, ma questa è un’altra storia) che questo riguardi la musica, quantomeno non solo, ma soprattuto la vita in genere: stiamo giungendo alla maturazione del parossismo autistico di massa. Ne vedremo delle belle!

    • 17 dicembre 2012 alle 11:29 pm | #6

      Riguardo alla musica è senz’altro vero che quando “urliamo” siamo un po’ più sordi, lo sanno bene i cantanti lirici quanto sia più difficile intonarsi quando , per esigenze sceniche ed espressive, cantano ad alto volume di quando cantano parti a volume medio e basso.
      Il mio discorso non vuole dare alcun giudizio riguardo a se sia meglio o peggio suonare forte o piano, anzi, è sicuro che la tavolozza espressiva del musicista deve comprendere entrambe le possibilità.
      Tuttavia è un fatto istantaneo ed immediatamente verificabile (ed utilizzabile) che quando si aumenta il volume (lo stimolo) si ha immediatamente una perdita di sensibilità ed al contrario quando lo si diminuisce si guadagna immediatamente in sensibilità.

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