Imparare il blues vuol dire saperlo far funzionare e goderselo !
Tanti anni fa, durante una jam session a casa di amici, qualcuno propose di suonare un blues. Il batterista (di cui non faccio il nome) replicò: “io il blues l’ ho già fatto” intendendo che per lui era scontato e quindi non l’ avrebbe suonato volentieri. Suonammo un altro brano.
Il problema fu che quello che aveva già fatto il blues, non andava a tempo, non aveva swing, non seguiva le strutture e mi fermo qui…
Magari se avessimo suonato un blues, l’ avrebbe suonato benissimo, visto che lo aveva già fatto, ma permettetemi di dubitare…
Quando impariamo una cosa nuova, per poter dire che la sappiamo veramente, dobbiamo farla funzionare, che nella musica significa anche godersela mentre la si suona. Se ci stiamo annoiando, non sta funzionando .
Anni fa, decisi di imparare a suonare stride (non ho ancora finito…); per diciamo qualche settimana non funzionava proprio, la sinistra non andava a tempo, c’ erano troppi errori nei bassi, riuscivo a suonarlo solo ad un tempo troppo lento, non riuscivo ne potevo godermelo.
Poi finalmente, l’ abitudine al basso-accordo si instaurò piano piano e cominciai, almeno tra le mura domestiche a provare soddisfazione nel farlo. Da quel momento potei almeno dire che sapevo di cosa si trattava e di quanto impegno ci sarebbe voluto
per arrivare a suonarlo naturalmente, come fa ad esempio Rossano Sportiello (di lui si, faccio il nome !).
Per onor di cronaca, lo sto ancora praticando, perché sento che è utilissimo per coordinarsi perfettamente sul timing e se ne ha un grande beneficio anche per suonare jazz più moderno. Lo accenno anche in concerto in alcuni brani piano solo, ma non è lo stride di Fats Waller, inarrivabile, ne quello di Rossano Sportiello, molto più stilisticamente corretto e vario del mio, è diciamo una mia versione dello stride piano.
Nel titolo si parla di blues, ma il discorso vale per tutte le tematiche.
Le più gettonate e meno approfondite sono: il dixieland, il bebop, il jazz modale, l’ andare in 4 per i bassisti e il saper fare la cassa in 4, tipo dixieland, o tenere il piatto in 4 alla Jimmy Cobb per i betteristi (quanti dicono di saperlo fare , poi “strippano” dopo 8 battute ! Se strippate dopo 8 battute non lo sapete ancora fare ! E’ come dire di saper correre la maratona e poi stancarsi dopo 300 metri.)
Quante volte ho sentito dire “ho fatto dixieland per tot anni, so di che si tratta” e poi non sentire il tempo ne tanto meno lo swing.
Se veramente fate il dixieland per qualche tempo, seriamente, divertendovi, con una buona band di buoni musicisti ed amanti del genere, imparerete tutte le basi della musica jazz e chissà, magari non vorrete più suonare jazz moderno da tanto è bella quella musica.
Se succede questo, potrete dire di aver fatto il dixieland ! E non vi succederà mai più di non andare a tempo e probabilmente di non avere swing anche se suonerete musica di Wayne Shorter.
Lo stesso vale per il BeBop o per il jazz modale, sono linguaggi, serve più tempo, più passione, non si possono assimilare a fondo in 2 o 3 anni . Ne sono serviti di più anche a chi li ha inventati.
Ciò che scrivi è verissimo.. Per qualsiasi sfumatura stilistica si intende assimilare è necessaria la “passione”, e il trarne conseguentemente “piacere”.
Ogni stile di jazz esprime artisticamente una visione ben precisa e coerente di questa musica, e in ognuna di essi chiunque può entrare.
Sarà poi la personale inclinazione verso l’uno o l’altro genere a determinare il percorso artistico di un musicista; può succedere anche che il musicista non consideri tutte le “strade”, o possa aver affrontare suiperficialmente una di queste (senza “entrarci” emotivamente, e questo credo sia il tema centrale dell’intervento).
Per quanto riguarda gli allievi invece, molte volte la responsabilità di questo fattore è degli insegnanti, che precludono “strade” ai propri allievi basandosi sui loro gusti personali.
Trovo giusto che un mio allievo debba conoscere l’evoluzione del linguaggio del suo strumento, nel caso del sax partendo da Earl Bostic, Johnny Hodges, sino ad arrivare per esempio a Micheal Brecker. Ma deve essere in grado di imitare lo stile di Paul Desmond, Art Pepper, Jackie McLean e quello di Cannonball Adderley, uno dietro l’altro.
Sceglierà lui ciò che lo colpisce e che “sente suo” di più rispetto ad altri, lo stile dal quale potrà anche poi partire per ricercare una sua “voce”.
La cosa interessante è che più intendi innovare il linguaggio del tuo strumento, e più è necessario conoscere a fondo il lavoro artistico di chi, l’ha fatto prima di te.
In questo senso è sempre necessario rispettare i Grandi..
e ricordarci che se li suoniamo, li studiamo…
C’è da farlo “godendocelo”.
Bravo Andrea! Un abbraccio,
Mattia.